Pensieroni

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di Sergio Caruso
NB : si distinguono dai «pensierini» per il fatto di essere… più lunghi.

ANTROPOSOFIA

Da bravo materialista, non ho proprio nessuna consonanza intellettuale con l’antroposofia – chi mi conosce lo sa. Ma come negare che le Quattro Regole di Rudolf Steiner costituiscano una sintesi efficace del libero pensare? Diceva infatti Steiner nelle Anweisungen für eine esoterische Schulung (1907), che qui liberamente riformulo:

  • Nella mia coscienza nessuno rappresentazione avrà diritto di cittadinanza, che non sia stata vagliata.
  • Ciononostante, sentirò vitale l’obbligo di accrescere costantemente il numero delle rappresentazioni di cui la mia coscienza può disporre.
  • Non ciò che mi suscita simpatia o antipatia, bensì ciò cui so chiaramente rispondere con un sì o con un no, solo questo devo considerare acquisito alla mia conoscenza.
  • Non mi lascerò fermare dal timore di fronte a ciò che viene definito astratto.

Saranno pure parole esoteriche, a me sembrano solo parole intelligenti. E pensare che il libro di Karl-Martin Dietz dove le ho trovate, Individualità libertà comunità, l’ho comprato per sbaglio! Se avessi saputo che parlava di antroposofia, l’avrei sdegnosamente lasciato sul banco. E io continuerei a dire di Steiner tutto il male possibile: in violazione della Terza Regola, la più difficile da osservare.

«BANDITI ! CONCUSSI ! CORROTTI ! LADRONI !»

e giù così. Reputazioni sputtanate su tutti i giornali d’Italia. Cento articoloni cattivi per settimane, mesi, anni. Carriere infrante, amicizie perdute, crisi d’insonnia, spese legali. Amministrazioni bloccate, allarme sociale. E poi, quando viene definitivamente acclarato – quante volte! – che «il fatto non sussiste» oppure (come è accaduto all’ex sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, in Cassazione dopo sette anni) che «il fatto non costituisce reato»… eccoti un articolino di mezza colonna in cronaca locale, che neppure riporta nel titolo i nomi delle persone prosciolte o assolte!
I sociologi, quelli veri, lo sanno bene: la corruzione (latamente intesa) è come la temperatura. C’è una sensibile differenza, in ogni paese, tra corruzione effettiva (misurabile con certi indici, detti «oggettivi») e corruzione percepita (misurabile con altri indici, detti «soggettivi»). In Italia questa differenza è molto più forte che altrove. E le misure soggettive della corruzione percepita sono, per molte ragioni, particolarmente inaffidabili e “nervose”. Ne fanno spia, con grafica evidenza, gli sbalzi assurdi in su e giù che mostrano le curve temporali della corruzione percepita in Italia (rispetto alla maggiore stabilità di altri paesi). Questi sbalzi sono lo specchio degli umori mutevoli di un popolo di brontoloni: di una pubblica opinione isterica che si lascia impressionare da singoli annunci, eccitare dai media e manovrare da forze populistiche.
E’ ben vero che in Italia la corruzione c’è, forte nel Paese e fortissima in alcune regioni. Ed è probabilmente vero che è più alta delle medie europee. Però, attenzione! Le classifiche internazionali, così spesso citate, che ci vedono fra i paesi più corrotti del mondo sono di solito fondate su indici «misti» (in parte oggettivi, in parte soggettivi) e ciò le rende poco affidabili per un Paese che fa del parlare male di se stesso lo sport nazionale.
Per quanto riguarda in particolare la corruzione «soggettivamente percepita», bisogna chiedersi: percepita da chi? In Italia più che altrove le stime di corruzione espresse da campioni casuali di cittadini (che giudicano in maniera più emotiva e per sentito dire) sono sistematicamente più alte di quelle espresse da campioni d’imprenditori (che giudicano a ragion veduta e sono meglio informati). Inoltre: persino certi dati c.d. «oggettivi» (numero di processi in corso nell’anno di riferimento e numero annuo di rinvii a giudizi per reati contro la P.A.) scontano le magagne del sistema giudiziario italiano (lentezza dei processi, discrepanza fra numero di rinvii e numero di condanne).
Insomma, la corruzione va combattuta. Certo. Ma senza lasciarsi prendere dall’isterismo. Senza fare di tutte le erbe un fascio. E col dovuto rispetto per le persone. Vale per tutti noi: A cominciare da coloro che occupano posizioni di maggiore responsabilità: legislatori, magistrati, giornalisti, intellettuali.

CULTURAL STUDIES

In un freddo aprile di qualche anno fa, chiacchierando per Chicago lungo la South Michigan, un collega della Roosvelt University mi diceva accorato: «La vedi questa proliferazione di corsi, chiamati Cultural Studies? Ebbene, che cosa credi che vogliano dire ormai – da noi – parole come culture, cultural? Nient’altro che questo: tutto ciò che un popolo o una minoranza fa, qualunque cosa sia, a prescindere dal suo valore e dalla sua importanza. Nel quale senso tutto è “culturale”; e chiunque si permetta di esprimere giudizi di valore, o anche solo di fare distinzioni, è guardato con sospetto. Quelli della mia generazione erano orgogliosi della loro formazione umanistica, ma pare che oggi ce ne dobbiamo vergognare… A me fu insegnato che “cultura” è l’insieme di tutti i contributi, individuali e collettivi, che rendono migliore la vita dell’uomo, che ci permettono una migliore comprensione dell’umano e una vita più ricca – di prospettive, di valori. E che “culturale” è proprio questa tensione, ideale ed esistenziale: l’atteggiamento di colui che si sente egualmente insoddisfatto dell’omologazione tecnica ed economica come pure della riproposizione immodificata di tutte le differenze; insomma, l’atteggiamento di chi approfondisce le situazioni e paragona le valutazioni in gioco, per assumere su di sé la responsabilità del giudizio. Ma ti par possibile» – continuava il collega di Chicago – «che ogni giudizio venga oggi liquidato come pregiudizio, e che ogni valutazione autonoma venga rimandata al mittente, o perché sorda alle ragioni del mercato o perché politically incorrect? Dimmi» – concluse affranto, ma visibilmente orgoglioso del suo latino – «son io forse un laudator temporis acti?».

LA DEMOSCRAZIA HA BISOGNO DI ARISTOCRAZIE

La democrazia, quando c’è, dipende – siamo soliti insegnare – da due fattori: uno più antico, messo in luce dalle teorie classiche della democrazia, e uno più moderno, messo in luce dalle teorie neoclassiche. Il primo fattore, più idealistico, riguarda l’estensione e la qualità della cittadinanza (cioè: l’inclusività e la ricchezza di contenuti che essa è capace di assumere); il secondo fattore, più realistico, riguarda l’esistenza di una leale ed equa competizione fra élites nella sfera politica. Ma ciò – io credo – può non bastare. Paradossalmente, ciò che sorregge e fa vivere la democrazia è una pluralità di «aristocrazie», che non coincidono con la classe politica bensì fioriscono ovunque, in ogni sfera della società civile. Aristocrazie nelle quali e dalle quali ogni cittadino può entrare per merito e uscire per demerito. Pertanto, il «tasso di democrazia» va definito in funzione di tre variabili: (A) l’inclusività e la ricchezza della cittadinanza, (B) il numero delle sfere sociali governate da un’autentica aristocrazia (e non da una squallida oligarchia), (C) le probabilità d’ingresso ed egresso che tali aristocrazie offrono a chi di esse abbia ben meritato o demeritato.
Sono ben lungi con ciò dal volere ridurre la democrazia, tanto meno la giustizia, al criterio del merito. E’ chiaro che la democrazia ha pur a che fare con i sommi princìpi di liberté ed égalité, e che le politiche pubbliche di un regime democratico non possono prescindere da una qualche forma di fraternité. La democrazia non è né deve ridursi a una «meritocrazia». Se così fosse, alla fratellanza subentrerebbe la spietatezza (e anche libertà ed eguaglianza se la passerebbe mica tanto bene). Qui non si parla di assolutizzare il merito come criterio distributivo dei beni sociali; si parla invece, questo sì, di trovare le forme per riconoscere al merito lo spazio che gli compete per quanto segnatamente riguarda l’accesso dei cittadini alle élites di governo (non solo nello stato, ma anche nella società civile). In questo senso dico che la democrazia ha bisogno di aristocrazie.

L’ECONOMIA COME SCIENZA

L’economia si compiace d’immaginarsi come l’unica davvero scientifica fra le scienze sociali, fornita com’è di uno statuto assiomatizzato in qualche modo paragonabile alla fisica. Ma la verità sta tutt’al contrario. Le scienze vere evolvono di continuo, l’economia – quella almeno delle Business Schools – sta ferma da decenni. Nelle scienze vere – dalla fisica alla medicina – non c’è separazione fra piani alti (premio Nobel) e piani bassi (l’umile ricercatore): le scoperte, le revisioni, vengono immediatamente assimilate da tutti e integrate nella pratica quotidiana; e la didattica si adegua immediatamente alla ricerca. Nella sfera economica c’è una eccellente ricerca di sommo livello (da Tinbergen, Nobel 1969, a Shiller, Nobel 2013, passando per Arrow, Simon, Sen, Akerlof, Kahneman, Ostrom e tanti altri); ma, per quanti premi essa riceva da mezzo secolo a questa parte, l’insegnamento preferisce ignorarla. Peggio: la vive come una «catastrofe» (nel senso bioniano della «angoscia catostrofica» che lo spirito rivoluzionario del Mistico suscita nell’Establishment del gruppo): qualcosa che obbligherebbe la corporazione a rimettersi in discussione. Forse ha ragione (in parte) Husserl: certe scienze (non tutte) confondono la «esattezza» del calcolo col «rigore» della concettualizzazione. L’economia mainstream è certo fra queste.

L’ESISTENZA DI DIO

L’esistenza di Dio è l’estremo rifugio dell’antropomorfismo. La trasmigrazione dell’idolatria dal reale nell’immaginario.
L’esistenza di Dio è una balla spaziale, per non dire una bestemmia. Come può, Uno così speciale, fare una cosa così banale come “esistere”? Foglie e vigili urbani esistono; il mio corpo esiste, mica Lui. Iddio avrà ben altre cose da fare che perdere tempo ad esistere!
No, Dio non esiste. D’altronde, il mondo essendo la totalità delle cose che esistono, solo Uno che non esistesse poteva creare il mondo.
E poi, siamo seri! che cosa farsene di uno che, come me e te, esistesse? Come potremmo credergli quando rivela la Legge? e come, quando promette il Sabato?
Insomma, attenzione! Non è vero che esiste un Padre celeste, ma è vero che Ne siamo tutti figli.
No, non “esiste” (grazie di non esistere!), ma diamoGli una chance: Egli “si dà”. E il suo darsi consiste in un dirsi. Non ch’Egli vada fondamentalisticamente inteso come l’Autore del racconto. Egli vive, piuttosto, nel racconto medesimo.
Dio non “esiste” realmente, ma diamoGli un’altra chance: forse realmente “avviene”. Dovremmo smetterla di concepirLo come una cosa, come un Essere, per riconcepirLo come un evento; anzi, come un Avvenire. Wo Es war, sollt Er werden.
Sotto questo aspetto, è vero che rassomiglia a una persona. Per meglio dire, a un soggetto: non riducibile ad alcuna delle sue manifestazioni oggettive, ma inafferrabilmente presente nel complesso del loro accadere.
Però Dio rassomiglia anche a una particella subatomica: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Una particella davvero singolare, perché coincide col Tutto: una nuvola d’improbabilità sparpagliata nell’intero universo, se non anche nella pluralità degli universi possibili. “In cielo, in terra e in ogni luogo”, per ogni dove e per ogni quando.
In tanti punti la nuvola si rarefà e, più che avvenire, Dio pare svanire. Nella Shoah. Quando qualcuno si vendica. E mille altri eventi, purtroppo. In altri punti tuttavia la nuvola si addensa (vale a dire, le probabilità che Egli “avvenga” s’intensificano): nell’origine dell’universo; nella rottura della simmetria; all’origine della vita; quando Abramo risponde “eccomi”; quando Mosé discende dal monte Sinai; sotto l’albero Bodh Gaya; nel sermone della montagna; quando due fanno la pace; ogniqualvolta qualcuno traduce bene un bel libro…
Nessuno di questi eventi, tuttavia, dimostra nulla. Possiamo solo sperare che la somma delle probabilità faccia Uno. Come limite irraggiungibile di una sommatoria senza capo né coda.

GAS ASFISSIANTI

Come l’yprite si appiccica alla pelle e agli occhi, come i gas nervini avvelenano il sangue e determinano il collasso delle placche neuromuscolari, così la demagogia – che oggi ammorba l’aria che respiriamo – si appiccica alla mente degli italiani e paralizza lo spirito nazionale. Finché morte non sopraggiunga.

GEOGRAFIA (IN DIFESA DELLA)

E’ triste che la geografia sia considerata ovunque in Italia, in ogni ordine di scuole, una materia di serie B. Triste dal punto di vista della formazione, perché:
(1) se c’è una materia intrinsecamente interdisciplinare, questa è proprio la geografia. In essa praticamente tutte le materie sono obbligate a cooperare: dalla geometria proiettiva all’astronomia, dalla geologia alla merceologia, dalla storia all’economia, dalle scienze umane (antropologia, demografia) al diritto internazionale, per non parlare delle lingue. Chi studiasse seriamente la geografia non solo avrebbe armi per esprimere giudizi politici più meditati, non solo si troverebbe meglio in giro per il mondo, ma capirebbe finalmente che cosa vuol dire “interdisciplinarità” e si renderebbe conto, con somma evidenza, di come e perché tutte le altre materie di studio siano vive e importanti, nonché strettamente legate fra loro.
(2) Per la stessa ragione, se c’è una materia che potrebbe contribuire a colmare il fossato che, specialmente in Italia, divide la cultura umanistico-letteraria da quella scientifica, questa – di nuovo – è la geografia. Inoltre,
(3) se c’è una materia di cui abbiamo bisogno per orientarci a fronte dei processi di globalizzazione in atto, questa è – ancora – la geografia. Perché a nulla vale continuare a parlare del “mondo” se del mondo, poi, non sappiamo nulla.
La progressiva emarginazione della geografia dalla cultura degli italiani rispecchia – temo – l’emarginazione del Paese dai grandi flussi. E va di pari passo col diffuso disinteresse per la politica estera e con una letale ignoranza in materia di politica internazionale, che non risparmia gran parte del ceto politico (come quando vediamo politici di qualche rilievo che non sanno dire i confini d’Israele, e magari neppure quelli dell’Italia).
Come docente di Scienze Politiche, poi, trovo letteralmente incredibile che Geografia politica non sia più un esame fondamentale e obbligatorio. Se fosse per me (che mi occupo di tutt’altro), Geografia sarebbe un esame biennale del primo triennio, con un primo anno prevalentemente metodologico e fortemente interdisciplinare, e un secondo anno fortemente nozionistico.

GIOVANI E VECCHI OGGI, OVVERO: LA CRISI DELLE APPARTENENZE

Tutti abbiamo bisogno, per stabilizzare l’identità ed essere felici, di qualcosa che ci appartenga e di qualcosa a cui appartenere. Ebbene, giovani e vecchi condividono oggi, da opposti versanti, l’espropriazione delle appartenenze. La generazione dei figli rischia di non trovare nulla che le appartenga come sua creazione esclusiva; la generazione dei padri rischia di non trovare più nulla a cui valga la pena di appartenere o di essere appartenuti. Insomma: né gli uni né gli altri trovano più nulla, dentro di sé, di cui essere orgogliosi.
La speranza è che si sbaglino entrambi (ma questo solo i nipoti potranno deciderlo).

LE GRANDI RIFORME

Da oggi finalmente
– il paziente non sarà più chiamato «paziente» bensì «persona assistita»;
– offendere sulla base di stupidi pregiudizi (ma qualche volta si tratta solo di discutibili spiritosaggini) si chiamerà «discriminazione territoriale»;
– commettere un omicidio colposo con l’automobile si chiamerà «omicidio stradale»;
– uccidere una donna si chiamerà «femminicidio».
Su tutto ciò (e su molto altro), conforme la magica convinzione che si possa agire sulle cose per mezzo dei nomi e la delirante convinzione che per risolvere un problema si debba fare una legge, abbiamo fatto o stiamo facendo nuove leggi, decreti, statuti, regolamenti e circolari che aggravano le pene esistenti, introducono sottili distinzioni per identificare le fattispecie, complicano le procedure, impongono nuovi obblighi e nuove sanzioni, introducono per tutti una serie di vincoli.
Che dire? Ora sì che mi sento tranquillo.

UN LUTTO COMPLICATO

Comincio a pensare che, per tutti noi della sinistra italiana, il privilegio di avere avuto un “buon” partito comunista, democratico e nazionale, così diverso dagli altri PC, sia ormai solo un problema di più. Uno svantaggio più che un vantaggio. Infatti: questa storia gloriosa intensifica l’ambivalenza affettiva verso un passato comunque costellato di sbagli e complica, con ciò, l’elaborazione del lutto. Peggio ancora: ci fa ritenere esonerati dal duro compito di prendere le distanze da noi stessi, dalle vecchie categorie, dalle forme simboliche del passato. E ci sospinge a rifiutare in maniera aprioristica e distruttiva tutto quel che di nuovo può emergere al nostro interno. Continuiamo a crederci meglio degli altri, ma – sotto le bandiere del moralismo – siamo divenuti capaci di tutto, pur di non rimetterci in discussione…

MERITO SÌ, MERITOCRAZIA NO!

Jo Littler non aveva ancora finito di scrivere il suo libro – Against Meritocracy, ampiamente anticipato dai giornali – che già si accendeva il dibattito. Anche su Facebook. A un amico di Genova, psichiatra e psicoanalista, che col garbo a lui congeniale si dichiarava perplesso sull’opportunità di criticare il merito in questo momento, ho così risposto [nel gennaio 2015]:
Capisco le tue perplessità, caro G. Ed è vero che più che mai nel nostro Paese il merito, ovunque mortificato, dev’essere difeso e, dove occorre, riaffermato. Siamo una cultura cattolico-mariana fondata sul codice materno, cioè sull’asse madre-bambino piccolo, che sempre sospinge l’amore incondizionato della madre a minimizzare il demerito (perdonare le marachelle) e tenere nella massima considerazione il bisogno (tanto più degno di considerazione se fortemente strillato e accompagnato da lacrime vere o più spesso false). Altrove – nei paesi di più antica tradizione liberale – vige una cultura cristiano-riformata dove la distribuzione dei beni sociali non è affidata all’indulgenza di una autorità arbitraria, bensì risponde a una logica premiale di tipo legale-razionale, non arbitraria ma prevedibile: quella del codice paterno (asse padre-figlio grande), espressione di un amore condizionato. Questo manca da noi, ed è giusto volerlo.
Ciò premesso, è pur vero che ci sono altri codici e – come dice Fornari – la «buona famiglia interna» (cui ogni comunità politica dovrebbe rifarsi) ha bisogno di un’armonica composizione fra tutti i «codici affettivi»: quello «paterno» del merito, quello «materno» del bisogno e – aggiungo – quello «filiale» della promessa (personificata dal nascituro e specificabile come ordine di sequenza delle nascite) come pure, naturalmente, quello «fraterno» dello scambio/restituzione fra pari. Pertanto ritengo – in ciò d’accordo col filosofo politico Michael Walzer (ma per ragioni squisitamente psicoanalitiche un po’ diverse dalle sue) – che una giusta distribuzione dei beni sociali non possa essere affidata a un solo principio di giustizia unilateralmente assolutizzato (come vorrebbe chi parla non solo di «merito» ma addirittura di «meritocrazia»), bensì esiga una variabile contemperanza di criteri, di volta in volta diversa per ogni tipo di bene e per ogni contesto. E’ ovvio che nella distribuzione del bene «cattedre universitarie» dovrebbe prevalere il merito. Ma che succederebbe al pronto soccorso degli ospedali, luogo deputato alla distribuzione del bene «cure mediche», se il criterio della coda (determinato dalla sequenza di arrivo) fosse temperato non dall’urgenza del bisogno, come prevede il triage, bensì dal merito (col campione sportivo banalmente fratturato che passa avanti a un disgraziato con l’infarto) oppure dallo scambio (col ricco che compra il posto del povero)?
Secondo me, queste considerazioni psicofilosofiche che ho cercato di svolgere servono a rinforzare la diffidenza che quel libro (importante) di Jo Littler, da te citato e commentato, manifesta con argomenti squisitamente politici nei riguardi del merito. O almeno nei riguardi della sua odierna assolutizzazione come «meritocrazia».

IL “MONDO” DELL’UOMO QUALUNQUE

Per il filosofo, il mondo è l’insieme di tutte le cose che esistono, in quanto produttive di effetti: un insieme aperto e senza confini. L’uomo qualunque volentieri ne esclude tutto ciò che “non sta né in cielo né in terra”: tutto ciò di cui nulla vuol sapere, perché crede o finge di credere che non eserciti su di lui alcuna influenza.
Le persone qualunque coltivano uno speciale, tristissimo tipo d’indignazione; che non ha nulla della schietta passione morale e molto, invece, del “non rompermi i coglioni”. Ed è tipico delle persone qualunque manifestare questa loro indignazione con orribili frasi di moda: “non esiste che tu possa fare così”. L’indignazione nasce qui dal sentire violati i confini della felice ignoranza dove restringono le loro vite; e si manifesta come diniego opposto verso tutto ciò che le disturba.
Il mondo – quello vero: della scienza, dell’arte – è continuamente ricreato ed esteso dalla curiosità dei suoi abitanti. Sta al mondo falso e ristretto dell’uomo qualunque come la scienza alla nescienza, come la passione di conoscere sta alla passione d’ignorare. Quelle rivelazioni che per l’uomo curioso sono finestre aperte sull’apocalisse, per l’uomo qualunque sono stupide catastrofi da evitare con qualunque mezzo. Ivi compresa – mezzo estremo – la scissione del mondo in due (o più) “mondi”, affinché le mezze verità dell’uno non abbiano mai a incontrarsi con le mezze verità dell’altro.
Per fortuna, non qualunque uomo è un uomo qualunque. Per disgrazia, v’è più di un uomo qualunque insediato nelle “professioni impossibili”: educare, governare, analizzare.

SAGGEZZA

Quale insegnamento trascrive la saggezza dei maestri? E quale trascrizione commenta la saggezza dei lettori? Insomma: di che parlano i saggi?
Parlano di semi, di come farli crescere ognuno secondo la propria natura. Parlano della stagione in atto e di quelle che vengono, in ognuna cercando giorni di festa. Parlano di donne, di uomini e di come santificare le congiunzioni. Parlano pure, i saggi, di danni e di come procedere per farne riparazione. Parlano di sacrifici, di quelli da fare ma anche di quelli da non fare. Parlano di comportamenti reprensibili/irreprensibili e di come conciliare l’impurezza delle mani con la purezza del cuore, o viceversa.
Di questo parlano i saggi. E la loro saggezza consiste nel ragionarne interminabilmente, senza mai raggiungere nessuna conclusione.

SINCRETISMO (ELOGIO DEL)

Non è solo di un «liberalismo ospitale» che abbiamo bisogno, ma – più generalmente parlando – di filosofie ospitali. Quale pessimo esempio darebbe una filosofia politica della tolleranza e dell’inclusione, se non fosse essa stessa filosoficamente tollerante e inclusiva?
Purtroppo, la tradizione filosofica vede nel sincretismo un vestito d’Arlecchino, dove le toppe multicolori coprono le falle del pensiero. Gli oppone la coerenza sistematica del pensiero rigoroso, dedotto da premesse chiare e distinte. Onde: “sincretismo” = pasticcio immangiabile, “sincretistico” = confusionario. Ma siamo sicuri che questi giudizi valgano ancora, ammesso e non concesso che valessero finora? Siamo sicuri che non siano, invece, pregiudizi?
L’esaltazione della coerenza sistematica presuppone una serie di condizioni:
(a) che la l’opera filosofica sia l’opera di un individuo e, come tale, rispecchi lo stile di pensiero di un autore;
(b) che esistano premesse universalmente comprese;
(c) che la comunità dei destinatari sia abbastanza ristretta da poterle condividere tutte.
Queste condizioni, sociologiche prima ancora che epistemologiche, non sembrano essere più tanto salde nell’epoca della globalizzazione. In quanto impresa comunicativa, la filosofia pare disporsi oggi in maniera diversa. Non solo sono sempre più rare le “pensate” ascrivibili a un singolo individuo, ma l’individuo stesso non è più così compatto neppure al suo interno. Sempre più spesso siamo obbligati a parlare di cose che non comprendiamo fino in fondo. La comunità dei destinatari potenziali di qualunque messaggio si è allargata a dismisura.
Certo, le filosofie sincretistiche sono un bricolage. Ma basta questo per farne delle mere arlecchinate, e per ritenere dei simpatici pagliacci coloro che le propongono? Non è forse proprio questo – il bricolage – il metodo stesso dell’evoluzione creativa, il metodo della vita? E poi: il sincretismo, con le sue discrasie, con le sue tensioni irrisolte, con le sue valenze insature, non è forse il modo migliore per uscire dal monologo, prefigurando una situazione dialogica? Infine, la globalizzazione stessa conferisce al sincretismo una giustificazione storico-culturale e una legittimazione etico-politica: insomma, una “base reale” e una nuova dignità.

L’UNIVERSITÀ ITALIANA? NON È POI COSÌ MALE!

Le statistiche, le classifiche, bisogna saperle fare. E bisogna saperle leggere.
Apprendere che nella Top 500 dell’Academical Ranking (elaborato dall’Univ. di Shanghai) compaiono “solo” 21 università italiane, sembra un fallimento (e così di norma lo presentano i giornali). Ma questa classifica – come le altre, del resto – (a) prescinde dai rapporti demografici e (b) si preoccupa solo delle eccellenze. Per tacere di altri fattori, che non voglio qui prendere i considerazione (a cominciare dall’Impact Factor della ricerca, che favorisce sistematicamente le pubblicazioni in inglese).
In realtà, 21 su 500 non è poi tanto male. Vuol dire che l’Italia, con lo 0.86 % della popolazione mondiale, conquista il 4,2% dei posti in classifica.
Inoltre: è ben vero che, anno dopo anno, la Top 10 vede sempre un trionfo delle solite università USA (i cui livelli di eccellenza sono fuori discussione). Ma quasi nessuno ricorda che quel pugno di università sono una frazione minima delle università americane e che in esse studia una frazione minima degli studenti americani. In altri termini: non ci sono solo Harvard, Princeton, Yale, MIT, Columbia, Stanford, Caltech etc. Ci sono anche, ben più numerose e affollate, oscure università dell’Iowa e del Mississipi che nessuno ha mai sentito nominare, e giustamente, perché di livello inferiore ai nostri licei. Probabilmente, se qualcuno facesse non una classifica delle Top 10, 100, 500 migliori università, ma una classifica per nazioni del livello medio delle rispettive università (tutte), magari ponderato al numero di studenti, l’Italia – statene certi – non ne uscirebbe affatto male e sarebbe, forse, tra le prime del mondo. Magari più in alto degli USA.
E’ questo il punto cruciale: l’Università italiana ha poche eccellenze, ma un livello medio piuttosto alto… Certo, le eccellenze contano: sopra tutto sul piano economico. Se solo ci dessero un po’ più di soldi…